Questa settimana facciamo incontro con l’imprenditore Domenico Angileri. Nato a Ficarazzi il 26 Dicembre del 1961, erede di Villa Sant’Isidoro, fondatore della Proloco di Aspra, oramai di fatto è un asprense.
Le ville di Bagheria, ognuna con la propria storia, la propria leggenda, si mostrano come un complesso nucleo strutturale avente quasi, un’identità autonoma.Tra le tante ville però una in particolare riesce a restituire voce al proprio passato: è Villa Sant’Isidoro De Cordova.
Domenico Angileri, apre i cancelli dell’incantevole Casa Museo. Non appena varcata la soglia d’ingresso, ogni angolo racconta la propria storia e da quì, inizia il dialogo delle cose e tra le cose; quel sentire poetico che riesce a far assaporare l’essenza di un luogo. Le scale, come invitanti bracci adunchi, conducono all’ingresso e non appena l’aperto lascia spazio al chiuso, magicamente si torna indietro nel tempo. Si ode un dialogo fatto di sussurri, quasi richiami o silenti respiri: gli oggetti. L’uno sull’altro invitano ad essere osservati, nel magico regno di una Casa Museo quasi vivente.
Dall’alto custoditi dagli affreschi, dal basso sorretti da splendide ceramiche scorticate di storia; alle pareti le tele di Jusepe de Ribera, Pietro Novelli e Scipione Compagno che dal cretto delle superfici, esclamano la potenza di un tesoro ritrovato. Villa Sant’Isidoro è uno di quei pochi musei, che riesce a catturare il visitatore nel fascinoso viaggio della storia, dei personaggi, di austere figure nobiliari.
Chi è Mimmo Angileri?
“Sono un imprenditore che nasce come artigiano edile intorno al 1984; successivamente la mia impresa cresce. Oggi faccio parte di diverse società tra le quali “Be Life” che si occuperà di concimi titolati presso alcuni capannoni a Termini Imerese.”
Quale evento le ha permesso di ereditare Villa Sant’Isidoro?
“Fui portato a Villa Sant’Isidoro e presentato ai Marchesi da un amico. Allora erano in vita tutti e tre i fratelli marchesi: Ninita, Filippo e Maria Teresa De Cordova. Quest’ultima sarebbe sopravvissuta ai primi due”.
Le marchese, che tipe erano?
“Ninita, che conobbi nel suo ultimo anno di vita, a mio parere era quella più autorevole; Maria Teresa era la classica nobile lontana da qualsivoglia amministrazione di bene, molto confusa ed inesperta sulla gestione dei loro patrimoni. La prima volta che entrai qui dentro, scorsi dei ruderi sul viale e chiesi a Maria Teresa se fossero in vendita. Ella rispose di si. Alchè chiesi a quanto ammontasse il prezzo. Rimasi spiazzato dalla domanda della Marchesa – Ma lei quanto mi da? – io le risposi che non è così che funziona: “lei dovrebbe riferirmi la sua richiesta ed eventualmente io farle una controproposta.” Chiesi allora all’architetto Galioto di fare una valutazione sulla struttura. Filippo invece era il fratello dall’animo buono, colui che non aveva peso nelle scelte delle sorelle.
Chi vi abitava in questo rudere?
“Probabilmente abitava qualcuno al suo interno; una parte era adibita a stalla e la restante ad abitazione poichè vi erano chiari segni di una permanenza all’interno. Una sorta di fattoria se così si poteva definire.
Come divenne erede della Villa?
“Si instaurò nel corso del tempo un rapporto di fiducia, rispetto e stima reciproca; acquistai la proprietà ma rimasi disponibile nell’aiuto e manutenzione delle strutture nonchè punto di riferimento della Marchesa. Intorno al 2008- 2009, la Marchesa, che chiamai “zia” per rispetto e affetto, mi confidò il desiderio di lasciarmi in eredità la Villa.Essendo costei priva di eredi, fu certa che nel tempo avrei curato e custodito la struttura, nel pieno rispetto della sua storia. Io cercai di prendere del tempo perchè – diciamolo – è una scelta radicale questa! Sino a quando, dopo un anno e mezzo di insistenza, la Marchesa mi espresse che se non avessi contattato un notaio, ne avrebbe chiamato lei stessa, uno qualsiasi. E fu così che un pomeriggio, ben dieci anni prima dalla sua morte, in piena lucidità e volontà (si sottopose anche ad una visita per metterne nero su bianco la sua capacità di intendere e di volere, onde evitare malpensanti supposizioni), firmammo l’atto di donazione in vita. “Io devo rispettare la memoria di mio padre: sono sicura che almeno tu, questo Palazzo saprai mantenerlo.” – Queste furono le parole della marchesa, in una decisione così tanto importante.” Oggi, sono erede universale. Ho avuto sì, la donazione del piano nobile ma ho dovuto ricucire gli ambienti, acquistando ad esempio la proprietà dei Trabucco ed acquistando, dalla figlia della nipote, un’altra porzione di spazio. Ho fatto in modo che la proprietà si estendesse, inglobando terreni che nemmeno i marchesi acquistarono ai tempi.”
L’idea di trasformarla in Casa-museo quando nasce?
“Secondo me, il peggiore periodo per le ville di Bagheria, è questo. Quando le ville, come ad esempio Villa Ramacca e Villarosa diventano sede di trattenimenti nuziali, se ne stravolge l’identità. Questo io, non lo volevo affatto, per come del resto la marchesa. Dissi allora che per permettere la salvaguardia degli ambienti, degli arredi, dell’identità e dei luoghi, l’unico modo per non stravolgere l’essenza del luogo e mantenerla nel tempo, è quella di renderla fruibile come Casa-Museo.” La Marchesa ne era a conoscenza e firmammo insieme, il progetto di restauro che prevedeva tale funzione. Coinvolgo storici dell’arte, antropologici e studiosi del settore, nonchè turisti e creatori di eventi, al fine di promuovere la struttura e la sua storia al turismo che sempre più, apprezza questa tipologia di fruizione ed esposizione dei reperti.
Domanda di rito: il suo piatto preferito?
(dopo qualche tentennamento volto alla riflessione), risotto alla marinara.
Se potesse tornare indietro, rifarebbe tutto quanto ha fatto?
“…non lo so. Certamente è difficile. I miei figli dicono che sono un pazzo. Tolgo soldi alla famiglia per metterli qui, e perchè? Per salvaguardare un bene fruibile a tutti, per l’obbligo morale di lasciarlo ai posteri.”
L’amministrazione comunale le è stata d’aiuto?
“Ho sollecitato l’amministrazione molte volte, attendendo delle risposte, sperando ancora. Non ho alcuna intenzione di attaccare l’amministrazione, sono soltanto un pò rammaricato per i disagi riferiti alla discarica e quindi, alla problematica dell’accesso alla villa.
Un messaggio all’amministrazione.
“Se proviamo a percorrere la strada che costeggia Villa Sant’Isidoro, all’altezza della Casa Cusmano, scopriamo di trovarci nel posto più bello del mondo…per dieci metri. Oltrepassando i dieci metri, ci ritroviamo in una discarica. Tengo a precisare: se ad Aspra muore qualcuno, data l’impossibilità di raggiungere il cimitero dalla strada che costeggia la Villa, si è costretti a raggiungere Bagheria per poi tornare indietro e accedere al cimitero, per soli cento metri di discarica.” La nostra intervista prosegue tra curiosità e domande, ricordi e aneddoti; si conclude col saluto dinanzi al cancello austero, che lento alle nostre spalle, chiude e sigilla un regno colmo di storia.
Articolo di Barbara Correnti
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